recensione di alessandro felici
“Architettura e Modernità” del Prof. Antonino Saggio presenta almeno tre tipi di “scritture” e propone tre possibili letture sovrapponibili.
Una prima scrittura è quella che procede in senso lineare, che ricorre a successive periodizzazioni corrispondenti alle parti in cui si suddivide il testo: ”Dagli anni della macchina 1919-1929” fino alla parte ottava del testo ovvero “La rivoluzione informatica dell’architettura dopo il 2011”.
In questo senso il testo si presta anche ad una lettura di tipo storico-manualistico, sebbene limitato agli ultimi 90 anni della storia dell’architettura, proponendo quello che lo stesso autore definisce come una “sceneggiatura delle scelte concrete” del fare progettuale.
Non si tratta, però, di una lettura sequenziale né tantomeno codificata; il testo procede in maniera discreta, per “grandi balzi”; la scelta delle opere e degli autori sono tese ad individuare i momenti di rottura e i cambiamenti di “paradigma” che fanno avanzare la ricerca progettuale in architettura in una continua riformulazione delle teorie precedenti.
Ciò permette una seconda forma di lettura di tipo ipertestuale in cui è possibile muoversi nello “spazio” del testo alla ricerca di specifiche tematiche progettuali avanzando o arretrando liberamente rintracciando possibili inter-connessioni.
C’è un ulteriore lettura che riguarda i metodi stessi dell’analisi critica ai quali l’autore sceglie di ricorrere e che riguarda,sostanzialmente, la tesi che sottende l’intero testo.
Abbiamo già accennato alla derivazione “Khuniana” della ricerca per paradigmi, ed è lo stesso autore che nella prefazione al testo ci rimanda a quel “The structure of scientific revolution”, ed alla necessità di creare, alla luce dei cambiamenti imposti dalla società post-industriale e dall’affermarsi della società dell’informazione, una “scienza rivoluzionaria” capace di rileggere la storia contemporanea ed il passato prossimo dell’architettura.
In questo scarto tra contemporaneo e moderno si colloca la terza scrittura del testo di A. Saggio che attraversa lo spazio tra due precisi poli temporali ripercorrendo le mutazioni paradigmatiche conseguenti ai cambiamenti politici economici e tecnologici che oggi stiamo vivendo.
A questi cambiamenti epocali, l’architettura in questi anni, pur nella diversità delle posizioni, ha risposto con categorie “opposte” a quelle nate durante la rivoluzione industriale e così ai prodotti si sono sostituiti i processi, alle cose le relazioni, alla standardizzazione la personalizzazione, alla staticità l’interattività, al monofunzionalismo la mixitè al disegno pianificatorio la simulazione ed il diagramma. Seguendo questo schema di dualismi oppositivi ormai noti al dibattito postmoderno Saggio indaga la nascita di nuovi valori di giudizio e nuovi criteri progettuali imposti dalla “rivoluzione informatica”.
Il mondo delle reti, ovvero delle nuove tecnologie nel campo della informazione e della comunicazione, hanno cambiato radicalmente i modi di produzione, le nostre relazioni sociali ed inevitabilmente la stessa vita urbana.
L’influenza della società dell’informazione sui nuovi linguaggi dell’architettura è oggi una posizione condivisa, tranne alcune eccezioni (vedi Vittorio Gregotti), ma una cosa è riscontrare l’interdipendenza tra vita economica-politica-sociale e produzione culturale altra cosa è il giudizio sui risultati formali.
Il testo di fronte a questi temi non ammette posizioni valoriali (per meglio dire ideologiche) ma si schiera con l’atteggiamento di quelle opere e quegli autori che scelgono la sfida ed il coraggio della modernità, non intesa come riedizione di una categoria storica, ma come concetto dinamico come modo d’essere dell’uomo contemporaneo. Saggio sembra trovare un approdo sicuro nelle riflessioni che prima Baudrillard nel campo delle scienze filosofiche e poi Zevi nel campo della critica architettonica hanno percorso.
La modernità diventa una categoria operativa capace di affrontare le crisi e di accettarne le posizioni conflittuali trasformando la crisi in valore ed i conflitti in nuove opportunità di ricerca e nuovi paradigmi.
La modernità, dunque, come dimensione necessaria e fatale dell’uomo contemporaneo, riprendendo una significativa immagine di Mario Bellini che così si esprimeva dalle pagine di Domus nel 1998:
“Sarà allora giocoforza mantenere in campo il moderno a sostegno delle sfide della contemporaneità, anche se in una sua condizione nuova, in un dialettico equilibrio tra necessità e rifiuto delle sue radici e di una plausibile tensione ideologica. Un moderno ormai lontano dalle sue ingenue formulazioni d’avanguardia, ma divenuto ciò non di meno una dimensione fatale ed irreversibile, indispensabile per navigare (comprendere e progettare) in questi tempi così selvaggi ed incerti” Mario Bellini “Moderno e Contemporaneo” Domus 706 1998.
Una prima scrittura è quella che procede in senso lineare, che ricorre a successive periodizzazioni corrispondenti alle parti in cui si suddivide il testo: ”Dagli anni della macchina 1919-1929” fino alla parte ottava del testo ovvero “La rivoluzione informatica dell’architettura dopo il 2011”.
In questo senso il testo si presta anche ad una lettura di tipo storico-manualistico, sebbene limitato agli ultimi 90 anni della storia dell’architettura, proponendo quello che lo stesso autore definisce come una “sceneggiatura delle scelte concrete” del fare progettuale.
Non si tratta, però, di una lettura sequenziale né tantomeno codificata; il testo procede in maniera discreta, per “grandi balzi”; la scelta delle opere e degli autori sono tese ad individuare i momenti di rottura e i cambiamenti di “paradigma” che fanno avanzare la ricerca progettuale in architettura in una continua riformulazione delle teorie precedenti.
Ciò permette una seconda forma di lettura di tipo ipertestuale in cui è possibile muoversi nello “spazio” del testo alla ricerca di specifiche tematiche progettuali avanzando o arretrando liberamente rintracciando possibili inter-connessioni.
C’è un ulteriore lettura che riguarda i metodi stessi dell’analisi critica ai quali l’autore sceglie di ricorrere e che riguarda,sostanzialmente, la tesi che sottende l’intero testo.
Abbiamo già accennato alla derivazione “Khuniana” della ricerca per paradigmi, ed è lo stesso autore che nella prefazione al testo ci rimanda a quel “The structure of scientific revolution”, ed alla necessità di creare, alla luce dei cambiamenti imposti dalla società post-industriale e dall’affermarsi della società dell’informazione, una “scienza rivoluzionaria” capace di rileggere la storia contemporanea ed il passato prossimo dell’architettura.
In questo scarto tra contemporaneo e moderno si colloca la terza scrittura del testo di A. Saggio che attraversa lo spazio tra due precisi poli temporali ripercorrendo le mutazioni paradigmatiche conseguenti ai cambiamenti politici economici e tecnologici che oggi stiamo vivendo.
A questi cambiamenti epocali, l’architettura in questi anni, pur nella diversità delle posizioni, ha risposto con categorie “opposte” a quelle nate durante la rivoluzione industriale e così ai prodotti si sono sostituiti i processi, alle cose le relazioni, alla standardizzazione la personalizzazione, alla staticità l’interattività, al monofunzionalismo la mixitè al disegno pianificatorio la simulazione ed il diagramma. Seguendo questo schema di dualismi oppositivi ormai noti al dibattito postmoderno Saggio indaga la nascita di nuovi valori di giudizio e nuovi criteri progettuali imposti dalla “rivoluzione informatica”.
Il mondo delle reti, ovvero delle nuove tecnologie nel campo della informazione e della comunicazione, hanno cambiato radicalmente i modi di produzione, le nostre relazioni sociali ed inevitabilmente la stessa vita urbana.
L’influenza della società dell’informazione sui nuovi linguaggi dell’architettura è oggi una posizione condivisa, tranne alcune eccezioni (vedi Vittorio Gregotti), ma una cosa è riscontrare l’interdipendenza tra vita economica-politica-sociale e produzione culturale altra cosa è il giudizio sui risultati formali.
Il testo di fronte a questi temi non ammette posizioni valoriali (per meglio dire ideologiche) ma si schiera con l’atteggiamento di quelle opere e quegli autori che scelgono la sfida ed il coraggio della modernità, non intesa come riedizione di una categoria storica, ma come concetto dinamico come modo d’essere dell’uomo contemporaneo. Saggio sembra trovare un approdo sicuro nelle riflessioni che prima Baudrillard nel campo delle scienze filosofiche e poi Zevi nel campo della critica architettonica hanno percorso.
La modernità diventa una categoria operativa capace di affrontare le crisi e di accettarne le posizioni conflittuali trasformando la crisi in valore ed i conflitti in nuove opportunità di ricerca e nuovi paradigmi.
La modernità, dunque, come dimensione necessaria e fatale dell’uomo contemporaneo, riprendendo una significativa immagine di Mario Bellini che così si esprimeva dalle pagine di Domus nel 1998:
“Sarà allora giocoforza mantenere in campo il moderno a sostegno delle sfide della contemporaneità, anche se in una sua condizione nuova, in un dialettico equilibrio tra necessità e rifiuto delle sue radici e di una plausibile tensione ideologica. Un moderno ormai lontano dalle sue ingenue formulazioni d’avanguardia, ma divenuto ciò non di meno una dimensione fatale ed irreversibile, indispensabile per navigare (comprendere e progettare) in questi tempi così selvaggi ed incerti” Mario Bellini “Moderno e Contemporaneo” Domus 706 1998.